Come avrete forse intuito, sono una persona moderatamente nerd.
Ho usato il termine "moderatamente" perché in realtà sono molto selettiva nei miei gusti: non amo gli albi a fumetti, provo solo un vago interesse per le storie di supereroi e, nell'eterna diatriba Star Trek vs. Star Wars, pendo inesorabilmente verso Star Wars. Amo molto anche il fantasy in generale, da Tolkien fino alle sue derivazioni più sordide, i giochi di ruolo e mi trovo estremamente a mio agio a parlare di scienza e di letteratura da quattro soldi davanti a un caffè al bar, mentre in discoteca sono a mio agio come una lumaca su una spiaggia infestata da ricci.
Questo per dare il quadro generale.
Potrete quindi capire come, negli ultimi tempi, la progressiva decadenza di Hollywood mi abbia sferrato un duro colpo. Il fattore che mi ha allontanato definitivamente dalle sale cinematografiche (oltre all'endemica mancanza di pecunia) è l'originalità: a furia di vedere solo remake, reboot, prequel e sequel, tutte le volte che entro al cinema mi pare di vedere sempre lo stesso film. Cosa che, alla fin fine, è anche vera.
Ma non è di questo che voglio parlare oggi. Perché quello che mi ha davvero turbato, dopo che mi sono fatta una ragione di rinunciare al cinema finché avrò ancora qualche neurone funzionante, è stato osservare come i miei amici nerd non abbiano fatto questo ragionamento. Così, all'interno della mia compagnia, senza che nemmeno me ne accorgessi, sono passata dallo status di "semi-nerd moderatamente disinteressata al genere" a quello di "mostruosa talebana che non accetta variazioni sul tema neanche sotto tortura".
Sì, anch'io mi chiedo come possa essere accaduto.
L'unica spiegazione che sono riuscita a darmi, fatto salvo di non essere impazzita senza preavviso, è che i miei amici siano diventati estremamente di bocca buona nei confronti di tutto ciò che Hollywood gli propina. Non so perché io possa essere sfuggita a questa catastrofe, ma lasciatemi fare una breve cronostoria della faccenda e vediamo se arriviamo alla stessa conclusione.
C'è chi punterebbe il dito su 300, chi risalirebbe fino alla seconda trilogia di Star Wars, ma io ritengo che la spaccatura definitiva tra me e i miei compari sia cominciata con Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato.
Avevo cominciato ad avere dei dubbi quando avevo appreso che, da un libriccino di 200 pagine scarse, Peter Jackson aveva intenzione di cavar fuori tre film di due ore l'uno. Voglio dire, due film ci possono anche stare, ma tre non sono geometricamente possibili. Era ovvio che ci infilasse della fuffa qua e là, giusto per coprire i (molti) minuti mancanti.
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| Una panoramica dei tre film rapportati alle pagine del libro: rispettivamente, 99 pagine, 105 pagine e 62 pagine. (via 9gag) |
L'unica soluzione possibile, per il caro PJ, era di trasformare una favola per bambini (perché questo è Lo Hobbit, una favola-per-bambini) in un drammone epico come Il Signore degli Anelli. Il che gli avrebbe permesso di ottenere due vantaggi: guadagnare come una banca per gli introiti di tre film, invece che uno o due; e fornire al pubblico ignorante (sì, salgo in cattedra per un momento, perdonatemi) l'immagine di un epicissimo prequel alle vicende del Signore degli Anelli, tanto amato da grandi e piccini.
Ora, io ho adorato i film della Trilogia dell'Anello, ma con Lo Hobbit non c'entra una beneamata fava. Tanto per cominciare, quest'ultimo libro è stato pubblicato nel 1937, mentre Il Signore degli Anelli ha visto la luce nel 1955: ergo, non è possibile definire Lo Hobbit un "prequel", perché quando è stato scritto non esisteva ancora l'opera di cui esso doveva essere prequel. Tolkien ha scritto un libretto per bambini che gli è piaciuto, e dal quale anni dopo ha preso alcuni elementi (i personaggi di Bilbo e Gandalf, Gollum e il suo anello) per creare la sua saga epica.
Quindi, il caro PJ ha cercato di ottenere la botte piena e la moglie ubriaca, creando un paciugo abissale per ottenere l'affetto sia dei vecchi fan del libro sia dei nuovi fan della saga cinematografica.
Il problema, tornando per un attimo al discorso di prima, è che questo effetto apparentemente è stato percepito da me e da pochi altri, ma non dai miei amici. Quando ho fatto notare tutto ciò, infatti, mi sono sentita più volte rispondere che "Eh, ma non devi vederlo come una trasposizione del libro".
E come dovrei vederlo, di grazia? Si chiama Lo Hobbit, c'è Bilbo, c'è Gandalf, c'è Gollum, ma non è una trasposizione del libro? E allora perché l'hanno chiamato così?
"Però gli effetti speciali sono una figata!" Ma scusa, se ti dico che ti porto al cinema a vedere Il Conte di Montecristo e poi ti proietto Spiderman, vogliamo soffermarci sulla bellezza degli effetti speciali? Come giustamente ha detto la mia dolce metà, "se lo avessero chiamato 'I quattordici piccoletti e il drago' non avrei avuto nulla da ridire, ma così no."
E qui arriviamo a La desolazione di Smaug. Non farò una recensione del film, non preoccupatevi, prima di tutto perché ne hanno già fatte tantissime e in secondo luogo perché non sono andata a vederlo al cinema. Il primo mi era bastato.
Ci sono innumerevoli ragioni che mi hanno spinto a non andare a vedere questo film, prima fra tutte... beh, Sauron. Sauron nello Hobbit c'entra come Moriarty alla corte di Re Artù. E Legolas. E la gnocca che lo accompagna, messa lì apposta per attirare i maschietti in sala. E il drago che non è un drago, ma una viverna (nonostante sulla mappa che viene mostrata all'inizio del film sia chiaramente disegnato con quattro zampe e due ali).
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| A sinistra un drago, a destra una viverna. Trova le dieci differenze! |
Però, un risvolto positivo questo film l'ha avuto: quello di spargere il dubbio in testa a buona parte dei miei amici, finalmente.
Quando ho letto le prime recensioni del film, ho cominciato a gongolare. Ma mi sono trattenuta. Ho voluto che la vergogna fosse totale, che la gente fosse costretta ad ammettere spontaneamente che avevo ragione io fin dall'inizio. E non sono stata delusa.
Non tutti hanno seguito questa linea di condotta, ovviamente, ma gran parte dei miei amici è uscita dal cinema completamente disgustata. Mi hanno raccontato di frecciatine amorose tra nani ed elfi, di orgasmi luminosi e chi più ne ha più ne metta, ma il succo è che finalmente Peter Jackson ha avuto ciò che si meritava. Non tollero di essere presa in giro in questa maniera: tutte le volte che entro al cinema, ormai, mi sembra sempre di sentire il ghigno del regista, nascosto fra le ombre della sala, mentre conta i soldi del botteghino e se la ride alle mie spalle. Mi auguro che questo possa servirgli da lezione.
Non posso lasciarvi con una migliore conclusione che questa: qui sotto, uno screenshot di un mio amico all'uscita dal cinema dopo la proiezione de La desolazione di Smaug. Direi che non serve altro.



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