giovedì 27 febbraio 2014

Non ci sono più i nerd di una volta...

Come avrete forse intuito, sono una persona moderatamente nerd.
Ho usato il termine "moderatamente" perché in realtà sono molto selettiva nei miei gusti: non amo gli albi a fumetti, provo solo un vago interesse per le storie di supereroi e, nell'eterna diatriba Star Trek vs. Star Wars, pendo inesorabilmente verso Star Wars. Amo molto anche il fantasy in generale, da Tolkien fino alle sue derivazioni più sordide, i giochi di ruolo e mi trovo estremamente a mio agio a parlare di scienza e di letteratura da quattro soldi davanti a un caffè al bar, mentre in discoteca sono a mio agio come una lumaca su una spiaggia infestata da ricci.
Questo per dare il quadro generale.

Potrete quindi capire come, negli ultimi tempi, la progressiva decadenza di Hollywood mi abbia sferrato un duro colpo. Il fattore che mi ha allontanato definitivamente dalle sale cinematografiche (oltre all'endemica mancanza di pecunia) è l'originalità: a furia di vedere solo remake, reboot, prequel e sequel, tutte le volte che entro al cinema mi pare di vedere sempre lo stesso film. Cosa che, alla fin fine, è anche vera.

Ma non è di questo che voglio parlare oggi. Perché quello che mi ha davvero turbato, dopo che mi sono fatta una ragione di rinunciare al cinema finché avrò ancora qualche neurone funzionante, è stato osservare come i miei amici nerd non abbiano fatto questo ragionamento. Così, all'interno della mia compagnia, senza che nemmeno me ne accorgessi, sono passata dallo status di "semi-nerd moderatamente disinteressata al genere" a quello di "mostruosa talebana che non accetta variazioni sul tema neanche sotto tortura".
Sì, anch'io mi chiedo come possa essere accaduto.

L'unica spiegazione che sono riuscita a darmi, fatto salvo di non essere impazzita senza preavviso, è che i miei amici siano diventati estremamente di bocca buona nei confronti di tutto ciò che Hollywood gli propina. Non so perché io possa essere sfuggita a questa catastrofe, ma lasciatemi fare una breve cronostoria della faccenda e vediamo se arriviamo alla stessa conclusione.

C'è chi punterebbe il dito su 300, chi risalirebbe fino alla seconda trilogia di Star Wars, ma io ritengo che la spaccatura definitiva tra me e i miei compari sia cominciata con Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato.
Avevo cominciato ad avere dei dubbi quando avevo appreso che, da un libriccino di 200 pagine scarse, Peter Jackson aveva intenzione di cavar fuori tre film di due ore l'uno. Voglio dire, due film ci possono anche stare, ma tre non sono geometricamente possibili. Era ovvio che ci infilasse della fuffa qua e là, giusto per coprire i (molti) minuti mancanti.

Una panoramica dei tre film rapportati alle pagine del libro: rispettivamente, 99 pagine, 105 pagine e 62 pagine. (via 9gag)

L'unica soluzione possibile, per il caro PJ, era di trasformare una favola per bambini (perché questo è Lo Hobbit, una favola-per-bambini) in un drammone epico come Il Signore degli Anelli. Il che gli avrebbe permesso di ottenere due vantaggi: guadagnare come una banca per gli introiti di tre film, invece che uno o due; e fornire al pubblico ignorante (sì, salgo in cattedra per un momento, perdonatemi) l'immagine di un epicissimo prequel alle vicende del Signore degli Anelli, tanto amato da grandi e piccini.
Ora, io ho adorato i film della Trilogia dell'Anello, ma con Lo Hobbit non c'entra una beneamata fava. Tanto per cominciare, quest'ultimo libro è stato pubblicato nel 1937, mentre Il Signore degli Anelli ha visto la luce nel 1955: ergo, non è possibile definire Lo Hobbit un "prequel", perché quando è stato scritto non esisteva ancora l'opera di cui esso doveva essere prequel. Tolkien ha scritto un libretto per bambini che gli è piaciuto, e dal quale anni dopo ha preso alcuni elementi (i personaggi di Bilbo e Gandalf, Gollum e il suo anello) per creare la sua saga epica.
Quindi, il caro PJ ha cercato di ottenere la botte piena e la moglie ubriaca, creando un paciugo abissale per ottenere l'affetto sia dei vecchi fan del libro sia dei nuovi fan della saga cinematografica.

Il problema, tornando per un attimo al discorso di prima, è che questo effetto apparentemente è stato percepito da me e da pochi altri, ma non dai miei amici. Quando ho fatto notare tutto ciò, infatti, mi sono sentita più volte rispondere che "Eh, ma non devi vederlo come una trasposizione del libro".
E come dovrei vederlo, di grazia? Si chiama Lo Hobbit, c'è Bilbo, c'è Gandalf, c'è Gollum, ma non è una trasposizione del libro? E allora perché l'hanno chiamato così?
"Però gli effetti speciali sono una figata!" Ma scusa, se ti dico che ti porto al cinema a vedere Il Conte di Montecristo e poi ti proietto Spiderman, vogliamo soffermarci sulla bellezza degli effetti speciali? Come giustamente ha detto la mia dolce metà, "se lo avessero chiamato 'I quattordici piccoletti e il drago' non avrei avuto nulla da ridire, ma così no."

E qui arriviamo a La desolazione di Smaug. Non farò una recensione del film, non preoccupatevi, prima di tutto perché ne hanno già fatte tantissime e in secondo luogo perché non sono andata a vederlo al cinema. Il primo mi era bastato.
Ci sono innumerevoli ragioni che mi hanno spinto a non andare a vedere questo film, prima fra tutte... beh, Sauron. Sauron nello Hobbit c'entra come Moriarty alla corte di Re Artù. E Legolas. E la gnocca che lo accompagna, messa lì apposta per attirare i maschietti in sala. E il drago che non è un drago, ma una viverna (nonostante sulla mappa che viene mostrata all'inizio del film sia chiaramente disegnato con quattro zampe e due ali).

A sinistra un drago, a destra una viverna. Trova le dieci differenze!

Però, un risvolto positivo questo film l'ha avuto: quello di spargere il dubbio in testa a buona parte dei miei amici, finalmente.
Quando ho letto le prime recensioni del film, ho cominciato a gongolare. Ma mi sono trattenuta. Ho voluto che la vergogna fosse totale, che la gente fosse costretta ad ammettere spontaneamente che avevo ragione io fin dall'inizio. E non sono stata delusa.
Non tutti hanno seguito questa linea di condotta, ovviamente, ma gran parte dei miei amici è uscita dal cinema completamente disgustata. Mi hanno raccontato di frecciatine amorose tra nani ed elfi, di orgasmi luminosi e chi più ne ha più ne metta, ma il succo è che finalmente Peter Jackson ha avuto ciò che si meritava. Non tollero di essere presa in giro in questa maniera: tutte le volte che entro al cinema, ormai, mi sembra sempre di sentire il ghigno del regista, nascosto fra le ombre della sala, mentre conta i soldi del botteghino e se la ride alle mie spalle. Mi auguro che questo possa servirgli da lezione.

Non posso lasciarvi con una migliore conclusione che questa: qui sotto, uno screenshot di un mio amico all'uscita dal cinema dopo la proiezione de La desolazione di Smaug. Direi che non serve altro.


giovedì 13 febbraio 2014

Trenitalia: stiamo lavorando per noi

Ieri sono andata alla stazione di Concreteville. Dovevo prendere il biglietto per l'Intercity di venerdì mattina, verso Genova. Considerato che ieri era mercoledì, ho giudicato che due giorni di anticipo fossero sufficienti per prenotare un posto sul treno delle nove, visto che a quell'ora i pendolari (giudicavo) avrebbero dovuto già essere defluiti da un po'.
Brava, grulla.

Come forse saprete, nel ponente ligure c'è stata di recente una frana che ha sepolto l'unico binario della ferrovia, assieme a un treno che disgraziatamente si trovava a passare da quelle parti. In attesa che la linea venga liberata (si parla di 55 giorni - sì, crediamoci), le Ferrovie dello Stato hanno instaurato un servizio di bus sostitutivi per tutti coloro che vivono a ovest di Albenga e hanno la brutta abitudine di voler svalicare la frana.
Il problema, me ne sono resa conto nelle ultime settimane, è che a capo delle FS dev'esserci qualcuno che è stato bocciato più e più volte in matematica.

Facciamo assieme un rapido calcolo.
Gli Intercity che si muovono sul tratto Genova-Ventimiglia hanno, in media, 7 carrozze. Ogni carrozza contiene circa un centinaio di posti, quindi fanno 700 posti, secondo una stima prudente.
Le stazioni in cui c'è più carico e scarico di persone, in questa tratta, sono Genova, Savona e Sanremo (un pochino anche Albenga e Imperia, ma molto meno). Il che vuol dire che possiamo grossolanamente suddividere in tre tronconi i 700 potenziali passeggeri di cui sopra, facendo una media di 700/3=233 passeggeri a stazione. Siccome è raro che il treno viaggi a pieno carico, dividiamo a metà questo numero e facciamo che in ogni stazione si imbarchino circa 100 passeggeri. Mi sembra una stima abbastanza prudente.

Qual è l'inghippo in questa situazione? Il problema è che gli autobus sostitutivi, che portano tutta la gente di Ventimiglia, Bordighera, Sanremo, Imperia ecc... fino ad Albenga (e viceversa), contengono un numero fisso di posti, oltre il quale non si può più salire. E sapete qual è questo numero?
Cinquanta.

Capito la sinfonia? Cinquanta posti, disponibili solo su prenotazione, per i quali la gente è letteralmente disposta a fare qualsiasi cosa: il che si traduce, come già ho avuto modo di vedere, in risse e litigi senza fine, in alcuni dei quali si viene anche alle mani. C'è qualcuno che si stupisce? Io no.
Oppure, più prosaicamente, la gente che può farlo prenota il treno con giorni e giorni di anticipo, e chi non ci riesce resta a piedi. Come me, che domani mattina sarò costretta ad alzarmi alle cinque e mezza per riuscire ad arrivare a un appuntamento a Genova a mezzogiorno. Sei ore e mezza di anticipo.

Ora, c'è una domanda che mi frulla in testa. Da anni qui in Italia si batte sul chiodo della flessibilità, sulla capacità di arrangiarsi e di essere pronti a cambiare programma all'ultimo minuto pur di scalare la società del lavoro. Ne è un esempio il fatto che io ho saputo solo ieri di avere questo appuntamento di lavoro per domani. Come si concilia questo inno alla flessibilità del lavoratore con l'immobilismo (è proprio il caso di dirlo) dei trasporti pubblici? Come posso pianificare i miei impegni di lavoro giorno per giorno con la consapevolezza che se non prenoto il treno con una settimana di anticipo resto a piedi?

Si dibatte da anni sul fancazzismo dei lavoratori pubblici, giungendo di volta in volta a una soluzione più idiota dell'altra. L'ultima che ho sentito era la proposta di licenziare in tronco i dipendenti ritenuti inutili o fannulloni: sulla carta sembra una proposta meravigliosa, ma basta un cucchiaino di cervello per rendersi conto che invece è demenziale. L'impiegata del comune che si lima le unghie mentre voi fremete per rifare la carta d'identità, infatti, non verrà mai colpita da questa scure, per due ottime ragioni: o perché è entrata in comune su "consiglio" di qualche amministratore locale interessato, che quindi non permetterà che venga licenziata, oppure perché durante la sua lunga permanenza ha avuto tutto il tempo di farsi tutti gli amici che voleva, e siamo di nuovo nel caso di prima. Gli unici che se la prenderanno in quel posto saranno gli ultimi assunti, ragazzi magari meritevoli che però sono entrati nella pubblica amministrazione con le loro sole forze e non hanno nessun protettore che possa salvarli.

Questo è il motivo per cui continuiamo ad avere code interminabili agli sportelli, e continueremo per sempre. Le scene a cui ho assistito di persona sono talvolta demenziali: alla stazione di Concreteville, per esempio, c'è un cartello dall'aria ufficiale, con sopra impresso il logo delle Ferrovie dello Stato, che avvisa che ogni tanto la biglietteria chiude per un quarto d'ora, senza alcun motivo apparente. Non sarebbe un gran problema, se non fosse che in quella stazione c'è una sola biglietteria. Immagino che i capitreno lo sappiano e fermino tutti i treni in quel quarto d'ora, consentendo così alla gente di fare il biglietto e di non incorrere nelle sanzioni previste non appena il bigliettaio ritorna. Ma ceeeerto...

La mia sola consolazione è che al mondo c'è di peggio. C'è sempre di peggio. Come dimostra questa foto, presa dal blog Romafaschifo e segnalatami gentilmente da La Ragazzina dai Capelli Rossi:


mercoledì 12 febbraio 2014

The Walking Dead e Revolution: serie post-apocalittiche a confronto

Come avrete intuito, sono una grande appassionata di serie tv americane. Non sono, invece, una grande fan dell'horror e dello splatter, e ancora meno della fantascienza, quindi il mondo delle serie post-apocalittiche è sempre rimasto un po' fuori dalla mia portata.
Qualche anno fa, però, mi sono imbattuta in una serie che ha risvegliato il mio interesse, e così ho cominciato a guardare The Walking Dead. Avrei voluto condividerla con la mia dolce metà, se non fosse che lui ha una vera e propria avversione per gli zombie. Così, recentemente ci siamo accordati su una serie post-apocalittica che incontrasse il favore di entrambi e ci siamo imbarcati nella visione di Revolution.

Queste due serie televisive hanno davvero poco in comune, se non l'assunto di base: in un certo periodo della storia, è successo qualcosa che ha cambiato il corso del futuro ed ha fatto regredire l'umanità (quella sopravvissuta, almeno) ai livelli del Medioevo. Questo mi ha portato a fare gli inevitabili paragoni tra le due serie, nonostante la diversità della trama.
Ecco quindi la mia recensione ed il mio confronto. Nessuno spoiler, tranquilli.

The Walking Dead



N.B.: questa serie è presa da un fumetto, che però io non ho letto. Di conseguenza, in questa sede si parlerà solo della serie tv.

Partiamo subito da una premessa: se non vi piace lo splatter, lasciate perdere questa serie. The Walking Dead è infatti un tripudio di budella che volano, corpi mezzi divorati dai vermi e... beh, insomma, zombie. Che però, curiosamente, nella serie non vengono mai nominati come tali, ma vengono chiamati di volta in volta con una serie di soprannomi (walkers, biters, ecc.).

La serie è ormai arrivata alla sua quarta stagione, in America, con picchi di eccellenza sia verso l'alto che verso il basso. Cominciamo dai lati positivi.
The Walking Dead è una serie che dovrebbe vincere l'Oscar per il trucco e per le scene d'azione. Vi sarete forse chiesti come mai io, che ho detto in apertura di non amare lo splatter, sia una fan di questa serie, e la ragione è che trovo che abbia un effetto meravigliosamente liberante. Un po' come quando, da ragazzina, avevo una brutta giornata a scuola o con i genitori: mi bastava accendere la Playstation, mettere su GTA, andare al porto (non ho mai capito perché al porto si poteva fare qualunque nefandezza senza che la polizia ti prendesse, ma così era) e massacrare un po' di gente con la mazza da baseball, ed ecco che mi sentivo subito meglio.

The Walking Dead funziona sullo stesso principio. Non prende per il colon lo spettatore, come quei film o quelle serie in cui la gente muore educatamente, senza sforzo, con giusto quel piccolo getto di sangue per rendere un po' più realistica la scena. Le scene in cui si vedono gli zombie sono terribilmente realistiche, hanno il potere di farti capire che non importa quanto tu creda di essere coraggioso o forte: se ti trovassi davanti anche ad uno solo di quegli esseri, probabilmente te la faresti sotto dalla paura. E verresti mangiato.

Ciao, sono uno zombie, vuoi giocare con me?

La trama è semplice ai limiti della banalità: un'apocalisse zombie di dubbia provenienza colpisce l'umanità, e i sopravvissuti scorrazzano all'impazzata per tutti gli Stati Uniti nel (vano) tentativo di portare a casa la pelliccia. Ok, la trama non è il pezzo forte della serie, ma nella maggior parte dei casi questo inconveniente viene superato dall'alternanza serrata di scene di combattimento e di sopravvivenza spicciola, che comunque tirano avanti la serie. In alcuni casi, invece, no: ne è un esempio la lunghisssssima parte dell'Uomo del Monte, che ha dominato tutta la prima metà della quarta stagione.

Il vero punto debole della serie, comunque, sta nelle reazioni umane. The Walking Dead ha il più alto tasso di morte tra personaggi intelligenti che io abbia mai visto in un telefilm: uno può essere un personaggio imbecille per la maggior parte del suo tempo e vivere una vita felicissima, poi all'improvviso prende l'unica decisione sensata dalla sua apparizione e PAM! Morto e mangiato. Non c'è da stupirsi che la maggior parte del cast permanente sia costituita da personaggi idioti, con queste premesse.
I protagonisti seguono tutti, ma proprio tutti i cliché imbecilli da vecchi film horror. Camminano in mezzo a torme di zombie saltellando felici come Heidi, perché tanto sicuramente sono già morti (sgnac-AHIO!). Seguono alla lettera il vecchio adagio per cui "in una situazione di pericolo, la cosa migliore da fare è dividersi". Perdono continuamente di vista i loro pargoli, invece di incatenarseli al polso, salvo poi disperarsi perché non riescono più a trovarli.
Alcuni buchi di sceneggiatura, inoltre, sono giganteschi. Nella quarta stagione, i nostri sono asserragliati per qualche tempo dietro una recinzione, contro la quale premono gli zombie cercando di afferrarli, e sono preoccupati che essi possano infine abbattere la rete: questa situazione va avanti per diverse puntate, salvo poi, quando gli zombie riescono alla fine a superare la recinzione, prendere un mitragliatore e farli fuori tutti in trenta secondi. Tutti. E a sparare sono soltanto in due.
Per finire il quadro, mi piace ricordare come un personaggio avesse, fino a qualche stagione fa, l'abitudine di spostarsi per gli Stati Uniti a bordo di una jeep scoperta dell'esercito. Un attrezzo fondamentale, in un mondo dove gli zombie sono soliti sbucare fuori dal nulla ed afferrarti quando meno te l'aspetti. Un suo compagno di viaggio, per non sfigurare in badassitudine, ha preso a girare con una moto custom, aggiungendo così il brivido di non poter imbracciare un'arma perché ha tutte e due le mani occupate sul manubrio. Gegnale.

Guarda mamma, senza mani!
In definitiva, The Walking Dead è una serie guardabile. Poteva essere una serie imperdibile, se i personaggi si fossero comportati con un minimo di logica. Niente al confronto della sua controparte che mi accingo a recensire, comunque.

Revolution



Se The Walking Dead lasciava un po' perplessi sulla dinamica delle reazioni umane, Revolution vince la palma d'oro. C'è ben poco di salvabile in questa serie, a parte i broncetti della protagonista, straordinariamente somigliante a Scarlett Johansson, e poco altro. Ma andiamo con ordine.

La trama qui è potenzialmente interessante: per ragioni ignote, c'è stato un blackout a livello globale che ha spazzato via permanentemente qualsiasi forma di elettricità dal mondo. Nel caos che è seguito, alcune bande armate (le milizie) si sono appropriate di tutte le armi da fuoco e si sono spezzettate gli Stati Uniti in staterelli bellicosi e governati col pugno di ferro da piccole dittature militari. La serie comincia quindici anni dopo il blackout, quando i protagonisti si accorgono all'improvviso che il regista gli fa segno di cominciare a recitare e inizia l'azione.
No, scusate, è che non c'è altra spiegazione per il modo in cui comincia la storia. Questi qui sono campati per 15 anni senza corrente facendosi gli affaracci loro, le loro scaramucce e le loro guerre intestine; poi, dal nulla, dopo quindici anni di vuoto pneumatico, a uno viene in mente "Ehi, ma ci sarà mica un modo per far tornare la corrente?" e parte la baraonda. Scusa, ci hai messo quindici anni per farti venire questa idea brillante? E com'è possibile che un geniaccio come te sia rimasto al comando della milizia così a lungo? Mistero. Se qualcuno di voi ha una spiegazione per questo inizio, me lo faccia sapere (no, non valgono commenti del tipo "Eh, ma in qualche modo la serie doveva pur iniziare").

Revolution è una serie gravata da un tasso di mortalità per intelligenza molto minore di The Walking Dead, ma la statistica è falsata dal fatto che i personaggi intelligenti sono in numero nettamente inferiore in questa serie. E già così vi ho dato un'idea.
I protagonisti sembrano farsi un punto d'onore di compiere tutte le scelte peggiori che si possano immaginare, e di guardare con malcelato disprezzo chi invece cerca di inculcare loro un po' di buonsenso.
"Ehi, guarda, siamo finalmente arrivati davanti al magico bottone che ripristinerà l'elettricità nel mondo! Presto, premiamolo, i soldati cattivi ci stanno per raggiungere!"
"Aspetta, Nora si è scheggiata un'unghia"
"Ma... ma chissenefrega, lasciamola crepare, siamo a un passo dalla vittoria!"
"Che razza di persona sei?! Ho detto che dobbiamo aspettare che Nora abbia finito la manicure, e ASPETTEREMO CHE NORA ABBIA FINITO LA MANICURE!"

L'attrice protagonista, che per comodità chiameremo Scarlett Johansson visto che è la sua sosia sputata, è una gioia per gli occhi ma una tragedia per le orecchie. Qualsiasi decisione che prenda è stupida. Qualsiasi. Per arrivare vincenti alla meta, basterebbe adottare la strategia di fare sempre il contrario di quello che lei dice. Si risparmierebbe metà del tempo e si arriverebbe dritti alla meta, invece di girovagare come ubriachi per tutti gli Stati Uniti.
Essendo una donna, inoltre, non posso esimermi dal fare un'altra critica. I maschietti possono anche passare al paragrafo successivo. Per tutta la serie, infatti, il regista e lo sceneggiatore si sperticano per farci passare il protagonista (Billy Burke) come un gran figo. La risposta è: NO. Potrà essere ben addestrato, capace e intelligente, ma la verità è che non c'è una sola ragione logica in questo mondo per cui tutte le donne dovrebbero cadere ai piedi di questo coso qui


quando hanno a disposizione anche questo


Il resto è la summa della depressione. Classici cliché da quest come se piovesse ("Non voglio venire con voi... ah no, aspetta, mi hanno ammazzato il cugino. Ok, allora vengo"), occhioni da cucciolo che tirano più di un carro di buoi, agguati così palesi che persino un cieco con una gamba rotta sarebbe capace di tirarsene fuori.
E allora, mi chiederete, perché continuo a guardarla? Diciamo che c'è stata una certa pressione dall'altra parte del divano, perciò ho ceduto. E poi sono solo due stagioni, per ora, e non perdo la speranza che possa essere chiusa improvvisamente per manifesta stupidità.

In definitiva, se non avete mai avuto esperienza di un telefilm post-apocalittico, potete pure guardarla. Per un pochino, però. Poi spegnete il televisore e andate a vedere qualcosa di serio.

martedì 11 febbraio 2014

Marius, il fascismo e la biodiversità

Io non sono un'animalista, però amo moltissimo gli animali.
Dite che è un controsenso? Anch'io lo pensavo, fino a qualche anno fa, prima di scoprire che l'animalista moderno dà una definizione di se stesso, spesso implicita, che si riassume con: io amo gli animali più degli uomini.
Per quanto la stragrande maggioranza del genere umano mi stia sulle bolle, anche una campionessa di misantropia come me non può uniformarsi a questa definizione. Io amo gli animali, ma faccio inevitabilmente delle gerarchie: adoro i cani, tollero i gatti, ma se vedo un ragno peloso sulla parete lo spiaccico senza esitazione. (O, più probabilmente, mi chiudo nella stanza accanto e comincio a strillare finché qualcuno non interviene a compiere il barbaro ragnicidio al posto mio.)

Allo stesso modo, forse viziata dalla mia formazione di medico, faccio anche una gerarchia tra gli animali e gli umani. Per come la vedo io, la vita di un animale vale sempre meno di quella di un uomo, anche se l'uomo in questione è brutto, vecchio, antipatico e va in televisione a promettere un milione di posti di lavoro. Il che non vuol dire che sacrificherei il mio cane per salvargli la pelle, intendiamoci bene, non sono mica Madre Teresa; ma trovo giusto che, a livello istituzionale, lo Stato preveda delle leggi che potrebbero costringermi, un domani, a sacrificare il mio cane per salvargli la pelle.
C'è una bella differenza. Noi siamo esseri umani, e in quanto tali siamo imperfetti e soggetti a ragionare sull'onda dell'emotività. Per questo le istituzioni devono intervenire a correggere i miei eccessi di impulsività, per esempio proibendomi di farmi giustizia da sola se qualcuno mi fa un torto o regolamentando pratiche davanti alle quali la maggior parte dell'opinione pubblica inorridisce.

Avete già capito dove voglio andare a parare?
E qui si arriva alla famosa giraffa Marius. In questi giorni sulla mia bacheca di Facebook non si parla d'altro, neanche l'abolizione improvvisa di tutte le tasse avrebbe una copertura mediatica paragonabile. Perfino gente notoriamente insospettabile tra i miei amici ha tirato fuori il fascista dentro di sé e l'ha messo al comando della bocca, invocando punizioni bibliche e piangendo lacrime amare per la sorte di questa povera giraffa.
A me le giraffe piacciono. Sono buffe, si muovono in maniera strana e hanno la lingua blu, cosa che ignoravo finché non sono stata in uno zoo safari e una di queste bestie mi ha srotolato questa specie di verme violaceo sulla mano. Ciò non toglie che, quando si arriva alla prova dei fatti, l'azione di accendere il cervello risulti estremamente complicata per la gente della mia specie.

Sul National Geographic ho trovato un articolo che spiega, in sintesi, quali sono state le ragioni che hanno portato alla scelta di abbattere Marius. Ve le riassumo qui in due parole:
  • lo zoo di Copenhagen si occupa di conservazione della biodiversità, ossia cerca, in associazione con altre strutture simili sparse per l'Europa, di far riprodurre specie animali che potrebbero estinguersi entro breve. In tal caso, sarebbe necessario avere esemplari imparentati il più possibile alla lontana, perché tutti sappiamo che gli incroci tra consanguinei portano ad un indebolimento della specie; il che significa, in soldoni, che se noi un giorno dovessimo reintrodurre la giraffa nella savana ed avessimo solo esemplari strettamente imparentati negli zoo e nelle riserve, il tentativo andrebbe a vuoto e la giraffa scomparirebbe dalla faccia della Terra.
  • Marius era una giraffa relativamente in salute, che però non avrebbe potuto riprodursi con nessuna delle altre giraffe degli zoo aderenti a questo progetto perché ognuna di queste strutture aveva già un suo parente stretto. Ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, i discendenti di Marius si sarebbero incrociati con i discendenti di qualcuno di questi suoi parenti, vanificando così anni ed anni di incroci genetici attentamente programmati. (Nella peggiore, Marius si sarebbe invece direttamente accoppiato con un parente, generando quindi una progenie di giraffe dal corredo genetico fallato.)
  • Le altre strade che sono state ipotizzate, come la sterilizzazione, la cessione a un altro zoo o la liberazione in Africa, non erano percorribili per diverse ragioni. Non le riporto qui perché farei solo un copia e incolla dall'articolo che vi ho linkato, e che vi consiglio di leggere.
Quindi, che si fa? Questo è il punto su cui i miei amici di Facebook si sono sbizzarriti.
Un'opzione molto gettonata è stata quella di abolire gli zoo. C'è chi si è spinto a suggerire di "farsi un viaggio in Africa se si vogliono vedere gli animali, come ho fatto io!" dimenticando forse che non tutti possono permettersi un mese di safari in Kenya, mentre il biglietto di uno zoo è relativamente a buon prezzo. Ma il problema non è solo economico o legato alla curiosità: come ho detto sopra, queste strutture sono fondamentali per mantenere una riserva genetica delle specie a rischio di estinzione, nel caso in cui, un domani, fossimo costretti a reintrodurre artificialmente la giraffa nella savana.

Tutte le altre opzioni di cui sopra (regalarla, liberarla ecc...) sono già state analizzate dal National Geographic, ma se volete avere un'idea di cosa pensa la pancia della gente vi consiglio di leggere questo articolo del Fatto Quotidiano. Il che ci porta ad un altro interessante punto di dibattito: come può un genitore responsabile portare il suo bambino a vedere l'autopsia di una giraffa?

Non voglio fare la solita italiota che denigra il suo Paese, ma, ecco, io alle elementari avevo appese in classe delle cartine che segnavano ancora l'Unione Sovietica. E il muro di Berlino era crollato da un bel po'. I miei amici ancora oggi mi prendono in giro perché non so trovare la Croazia sull'atlante, ma è perché sul mio atlante non c'era. Così come c'erano invece la Cecoslovacchia e molti altri Paesi da lungo tempo estinti.
Quindi, se alle elementari mi avessero portato in gita a vedere l'autopsia di una giraffa, ci sarei andata di corsa. E se oggi avessi un figlio e vivessi a Copenhagen, ci avrei portato anche lui. Perché mi farebbe piacere che sapesse che gli animali non nascono sul banco del macellaio, ma che ogni parte della bistecca che sta mangiando ha una funzione ben precisa nel suo corpo d'origine.
Insomma, è un'occasione didattica importantissima, se pensate per esempio che la giraffa ha le vertebre cervicali più grandi di tutti i mammiferi terrestri. Al Museo di Storia Naturale di Genova, ricordo, era appeso al soffitto uno scheletro di capodoglio sotto il quale io ho passato ore di meraviglia, e non ho mai sentito nessuno lamentarsene perché era "una barbarie"; non capisco perché qualche pezzo di carne attaccata avrebbe dovuto fare la differenza.

Se guardate le immagini dei bambini accorsi all'autopsia (qui ne trovate un po'), noterete inoltre che nessuno sembra particolarmente scandalizzato. Non ridono e non giocano, certo, ma non vedo neanche nessun bambino con la faccia sepolta nel cappotto del genitore, o che chiede di essere preso in braccio.
Sarà che i bambini non sono bigotti come noi? O che sono dei piccoli mostri? Non lo so, quel che è certo è che, in qualche modo, la loro curiosità deve averli preservati dal trauma che la giornalista del Fatto Quotidiano, per dirne una, si aspettava. E se abbiamo meno buon senso di un bambino di sei anni, allora sì che c'è da preoccuparsi.

lunedì 10 febbraio 2014

Un po' di noia, per cominciare

Il primo post di un blog ha sempre rappresentato una sfida ostica per me. E il fatto che abbia appena usato la parola "sempre" dovrebbe già darvi un indizio sul fatto che questo non è il mio primo blog. Perché, dopo il primo post, poi vengono tutti gli altri, finché non ti ricordi all'improvviso che devi lavarti i capelli e che l'ultima stagione di The Walking Dead non finirà di guardarsi da sola, e ti saluto mariantonietta.

La prima cosa da fare, mi dicono, è presentarsi. L'educazione è tutto. E allora facciamo una presentazione che è anche una giustificazione.

Prima di trovarmi alla gola decine di Grammar Nazi incavolati per il sottotitolo del blog, infatti, ritengo utile precisare che c'è un motivo per cui ho scritto "Diario di un'esule" e non "Diario di un esule": quell'apostrofo sta a indicare che sono una femminuccia. Anzi, una gagliarda fanciulla di un'età imprecisata fra i venticinque e i trent'anni (lascia un po' di suspence, anche questo mi hanno detto), laureata in medicina e saltuariamente occupata. Ma arriveremo anche a questo.

Sono nata e cresciuta a Genova, ma le mie vicende mi hanno portato in altri luoghi della Liguria che preferisco indicare con degli pseudonimi. Questo non per proteggere la privacy degli occupanti, ovviamente, ma per permettermi di esprimere liberamente qualsiasi opinione riguardo a codesti luoghi, senza offendere nessuno dei residenti. Se vi pare di riconoscere la vostra città, non vi preoccupate: non siete voi, è il paese accanto. Fidatevi.

Ordunque, dopo diciotto anni di felice spensieratezza urbana, ho conosciuto il mio attuale fidanzato, proveniente da una ridente località balneare ligure che chiameremo Mainatown. Una cosa tira l'altra, e mi sono ritrovata a spendere più tempo in questa cittadina che a casa mia, dove ho stretto moltissime splendide amicizie e dove pensavo di passare il resto della mia vita. Purtroppo, la crisi aveva idee differenti al riguardo: tre anni fa, infatti, la mia dolce metà ha trovato lavoro in un'altra città della Liguria, distante circa 300 km da Mainatown e a cui ci riferiremo col nome di Concreteville. Dopo due anni di tribolazioni, con me a Genova e lui esiliato a una distanza che mi sembrava pari a quella della Luna, ho dato una svolta alla situazione: ho preso su armi e bagagli, ho salutato i genitori piangenti e mi sono trasferita in questa terra sconsacrata.

Ecco qui il titolo del blog: sbalzata da un posto all'altro, sempre in sella alla Polo Volkswagen che mi scarrozza fedelmente a Mainatown nel weekend e di nuovo indietro a Concreteville la domenica sera. Ed ecco anche il sottotitolo: perché, sebbene non possa negare che questa scelta di trasferirmi sia stata la migliore che abbia fatto negli ultimi anni, non posso negare di sentirmi un po' un'esule in terra straniera, come un uovo di cuculo in un nido di passeri. Ma non sia mai detto che anche i cuculi non si possono divertire!

In queste pagine parlerò di qualunque cosa mi venga in mente, dall'attualità alla scienza, dal cinema ai pettegolezzi, dal mio odio per Concreteville al mio amore per Mainatown. Come avrete intuito, la maggior parte di ciò che dico sarà composta da meenchiate, ma spero almeno che le troverete divertenti.

E ora scusate, mi dicono dalla regia che è uscita l'ultima puntata di The Walking Dead...