mercoledì 23 aprile 2014

3 ottime ragioni per vaccinarsi

In questo periodo hanno ricominciato a girare diverse bufale sulla presunta dannosità dei vaccini. Uso il termine bufale perché, anche se molta gente non lo sa, queste "notizie" sono in realtà molto vecchie (spesso risalenti agli anni Novanta) e sono state smentite più e più volte dalla comunità scientifica internazionale, nonché da molte associazioni governative (e non) chiamate ad indagare sulla faccenda.

Non voglio dilungarmi sulle ragioni per cui queste notizie siano assolutamente false, perché c'è gente che ha già dedicato all'argomento fior di articoli molto migliori di questo (se vi interessa, qui c'è un post di Medbunker, un medico specializzato nel rivelare le bufale sulla salute, che parla proprio dei vaccini).
Quello di cui vorrei parlare, in questo post, non è infatti l'integralismo di alcuni individui (genitori, medici o semplici ciarlatani) convinti al di là di ogni ragionevole dubbio che i vaccini siano il male. Tutti sappiamo quanto sia difficile discutere con i "talebani" di una qualche idea, quindi preferisco lasciarli perdere.

Ciò che mi interessa, invece, è la paura che spesso attanaglia i neo-genitori moderni quando si avvicina il periodo delle vaccinazioni per il proprio bambino. Queste persone sono molto diverse dagli integralisti di cui sopra: non seguono un'idea per una pura presa di coscienza ideologica, sono soltanto persone preoccupate che hanno sentito (dalla tv, da internet, da conoscenti...) che i vaccini potrebbero far male alla loro creatura. Siccome sentono in continuazione notizie contrastanti (il medico sostiene che i vaccini fanno bene, la televisione sostiene che sono dannosi), per quanto possano essere incerti sull'argomento, non vogliono abbandonare il loro bambino nelle mani di una terapia che potrebbe danneggiarlo.

Chiariamo subito un punto: questo atteggiamento è giusto. Un buon genitore tenta di proteggere suo figlio con tutte le sue forze, da qualsiasi minaccia che potrebbe costargli la salute o addirittura la vita. Queste persone, quindi, altro non sono che buoni genitori, bombardati però da notizie false o, nella migliore delle ipotesi, fortemente (ed intenzionalmente) imprecise.

Con questo post, quindi, mi piacerebbe elencare 3 buoni motivi per vaccinare i vostri bambini. Come ho già detto all'inizio, non mi dilungherò con studi scientifici o paroloni medici di dubbia comprensibilità: quelle che porterò sono semplicemente ragioni di buon senso, a cui chiunque potrebbe arrivare, se non fosse confuso dalla propaganda che i media e la rete portano avanti da diversi anni per screditare le campagne vaccinali. Come vedremo, invece, basta solo un piccolo sforzo di comprensione per capire quanto i vaccini siano stati (e continuino ad essere) uno dei più grandi balzi in avanti della medicina, paragonabili alla scoperta degli antibiotici o all'invenzione della chirurgia.

1. I vaccini proteggono da malattie mortali

Esatto, mortali. Il fatto che noi consideriamo, ad esempio, una malattia come il morbillo un semplice "disturbo" dell'infanzia deriva dal fatto che la copertura vaccinale è così elevata (circa il 90% in Italia) che non ci è dato vedere quali siano le sue complicazioni più gravi. Si tratta di un ragionamento circolare: in Italia quasi tutti vengono vaccinati contro il morbillo, quindi l'incidenza della malattia è bassissima, quindi il morbillo non è una malattia grave. Purtroppo, le cose stanno diversamente.

Vorrei portarvi qualche esempio delle complicanze più gravi che alcune malattie possono portare con sé. Su Google e su Youtube si trovano diversi video sconvolgenti delle conseguenze di queste patologie infantili, ma siccome non voglio impressionarvi troppo mi limiterò a fare qualche esempio estemporaneo. Ovviamente non ho nessuna pretesa di completezza, voglio solo darvi un'idea della situazione.

Avete mai visto il film d'animazione Balto? La trama è basata sull'avventura di un cane che intraprende un viaggio attraverso le foreste dell'Alaska per portare ai bambini del suo villaggio una "medicina" contro la difterite, in modo da salvare la padroncina della sua amata.
La difterite è stata per anni un flagello dei bambini di tutto il mondo, fino all'invenzione del vaccino verso la fine degli anni Venti. Il batterio della difterite, infatti, è uno stronzetto che, una volta annidato al calduccio nella nostra gola, produce una serie di effetti dannosi tra cui il temibile croup: i tessuti della gola si gonfiano a dismisura e vanno a bloccare il passaggio dell'aria, provocando la morte per asfissia. Il croup è una complicanza che colpisce circa il 15% dei bambini affetti da difterite, il che vuol dire che non è affatto rara.
Purtroppo, non finisce qui. Non contento, infatti, il batterio della difterite produce anche una tossina, che predilige come bersagli il cuore e i nervi: ciò significa che, se il bambino è tanto fortunato da scampare al croup, potrà comunque ritrovarsi con malformazioni cardiache (anche mortali) o paralisi (anche del diaframma, con conseguente blocco della respirazione e morte).

Che dire poi del morbillo? Ultimamente, le campagne di alcuni ciarlatani contro le vaccinazioni hanno prodotto un ritorno della malattia, specialmente nel Regno Unito ma con qualche caso anche in Italia. I morti sono stati pochi, ma anche qui dobbiamo stare attenti a non ricadere nel famoso ragionamento circolare di prima: ci sono stati molti casi di morbillo perché la copertura vaccinale è scesa sotto il livello di guardia, ma era comunque abbastanza alta da limitare il numero di casi e, quindi, il numero di morti.
Pensiamo all'epidemia del Galles: può sembrare confortante che, su 900 casi di morbillo, ci sia stato soltanto un morto, ma se proviamo a rapportare questa proporzione su 60 ipotetici milioni di italiani non vaccinati, ne consegue che avremmo circa settantamila morti! (Nota per i più precisi: in realtà questa statistica è sottodimensionata, perché l'epidemia di morbillo in Galles non ha colpito tutta la popolazione ma soltanto quella fascia, compresa tra i 10 e i 16 anni, che non aveva ricevuto il vaccino negli anni Novanta. Il numero di morti che si avrebbe qui in Italia se tutti non fossimo vaccinati, quindi, sarebbe enormemente più alto di quello che ho indicato.)
Può sembrare strano che una malattia come il morbillo, comunemente ritenuta poco pericolosa, possa causare un tale numero di morti, ma la situazione in realtà è peggiore di quella che ho appena dipinto. Infatti, il virus del morbillo ha la stramaledetta abitudine di annidarsi nel nostro cervello e di restare quieto, a volte per anni: quando si risveglia, però, causa una terribile encefalite, che porta alla tomba il 15% dei malati e ne storpia circa il doppio (il 30%). Questi morti vanno dunque a sommarsi a quelli causati dalla semplice malattia, e possono distribuirsi nell'arco di molti anni, quando ormai il paziente pensava di essere al sicuro e di averla scampata.

Esiste una marea di esempi del genere. I nostri genitori ricordano ancora le terribili epidemie di poliomielite, che lasciavano zoppi i bambini più fortunati, costringevano molti nel polmone d'acciaio (una terribile macchina da cui le persone non potevano mai più uscire, perché era l'unica cosa che gli permettesse di respirare) e uccidevano i più deboli. La parotite (gli "orecchioni") può evolvere a meningite in circa un 10% dei casi, e se colpisce i maschi adulti può trasferirsi ai testicoli e causare sterilità. La rosolia è stata responsabile della nascita di parecchi bambini ciechi, sordi o malformati (se avete mai letto il romanzo di Agatha Christie Assassinio allo specchio sapete di cosa sto parlando).

Un'immagine della vita in un polmone d'acciaio.

Il fatto che - fortunatamente - non abbiamo mai visto nessuna di queste complicanze non significa che queste malattie non siano pericolose, ma soltanto che le persone attorno a noi sono vaccinate in percentuale talmente alta che è molto raro che contraggano la malattia, e quindi che arrivino a sviluppare le sue conseguenze più gravi. Essere vaccinati ci permette non solo di proteggere noi stessi, ma di proteggerci a vicenda. Ne parleremo nel prossimo punto.

2. Vaccinarsi è una scelta di solidarietà

Se guardate una qualsiasi tabella sulla copertura vaccinale in Italia (ne potete trovare un po' sul sito del Ministero della Salute), c'è un dato che salta subito all'occhio: per quanto guardiate e cerchiate, non esiste una sola vaccinazione che abbia una copertura del 100%, cioè che sia stata somministrata a tutti i cittadini italiani, nessuno escluso. Neanche le quattro vaccinazioni obbligatorie per legge (tetano, difterite, poliomielite ed epatite B) raggiungono il 100%. Com'è possibile? Se queste vaccinazioni sono obbligatorie, perché non siamo tutti vaccinati?

La spiegazione è molto semplice: non tutte le persone possono essere vaccinate. O meglio, esistono persone per cui il vaccino sarebbe inutile o, in alcuni casi, addirittura dannoso.
Ma non vi ho appena detto che i vaccini sono una manna dal cielo? Come possono essere buoni e dannosi allo stesso tempo? Analizziamo in breve il funzionamento dei vaccini per capirlo.

La vaccinazione consiste, fondamentalmente, nell'iniettare nel nostro corpo una versione uccisa o attenuata (cioè rincitrullita) del batterio o del virus responsabile di una data malattia. Quando il nostro organismo viene a contatto con un germe nuovo, ci mette sempre un po' a sviluppare le difese efficaci (una settimana circa, talvolta anche di più): se il batterio o virus fosse nella sua forma completa, tutto arzillo e pimpante, magari questa settimana di lavoro indisturbato gli basterebbe per ucciderci, mentre il nostro sistema immunitario sta ancora cercando di capire come piffero fare ad ammazzarlo; siccome il germe viene iniettato in forma uccisa o attenuata, però, non ha il tempo di fare grandi danni prima che i nostri globuli bianchi trovino finalmente la maniera giusta di ucciderlo. Una volta eliminato l'intruso, questo rimane nella memoria delle nostre cellule immunitarie, di modo che, se lo incontrassimo di nuovo, non avremmo bisogno di ricominciare da capo tutti i vari tentativi di ucciderlo, ma sapremmo subito come fare e risparmieremmo così giorni preziosi.

Questa spiegazione è molto semplicistica e incompleta, ma aiuta a capire che gli attori principali nella vaccinazione sono due: il germe (ucciso o attenuato) e il nostro sistema immunitario. Va da sé quindi che se una persona, per qualsiasi motivo, ha un sistema immunitario difettoso, iniettargli un vaccino non servirebbe a nulla oppure, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe addirittura causargli un danno, perché i suoi globuli bianchi sarebbero troppo deboli per impedire ad un germe anche attenuato di replicarsi e finiremmo per inoculargli la malattia, invece di proteggerlo.
Esistono quindi molte persone che non possono ricevere la vaccinazione: neonati e bambini piccoli (perché a quell'età le cellule immunitarie sono troppo immature per funzionare bene), persone con malattie genetiche che inattivano il sistema immunitario, persone con tumori o malattie del midollo osseo, persone sottoposte a chemioterapia (che uccide le cellule del midollo osseo, e quindi anche i globuli bianchi che qui sono prodotti), e così via.

Come fanno quindi queste persone a proteggersi da tutte le malattie infettive e le conseguenze gravi che vi ho elencato nel primo punto? Molto semplicemente, si affidano al nostro buon cuore. Il fatto di essere circondati da persone vaccinate, infatti, permette anche a questi sfortunati di essere protetti dalle infezioni, perché non c'è nessuno in grado di passargliele.
Gli epidemiologi chiamano questo concetto "immunità di gregge" (ovviamente senza nessun intento offensivo!): se la maggior parte di una popolazione è vaccinata, questo crea una barriera protettiva attorno alle poche persone non vaccinate, perché molto probabilmente questi ultimi non verranno mai in contatto con qualcuno che possa trasmettergli l'infezione.

Pensate a questo, la prossima volta che riflettete se non far vaccinare vostro figlio. Il vostro bambino non vaccinato, oltre ad esporsi ai rischi che ho elencato prima, potrebbe passare inconsapevolmente un'infezione grave al suo fratellino neonato, al suo amichetto immunodepresso, o anche a voi, che magari non siete abbastanza giovani per aver ricevuto alcuni vaccini (alcuni, come quello contro l'epatite B, sono entrati in vigore solo da pochi anni). Vaccinarsi è una scelta che ci protegge tutti, anche i più deboli e sfortunati.

3. I rischi sono bassissimi

Come promesso, non voglio dilungarmi su questo argomento. Del rapporto tra bufale e vaccini hanno già parlato scienziati migliori di me, quindi in questa sede voglio fare solo un breve accenno ai rischi veri dei vaccini, e a come il loro impatto sia trascurabile in confronto alle conseguenze di cui vi ho parlato sopra.

Chiariamo subito che i vaccini non sono esenti da effetti collaterali. Del resto, a questo mondo ben poche cose sono totalmente prive di rischi: anche uscire di casa per andare a far la spesa è rischioso (pensate a tutte le persone che ogni anno vengono investite da ubriachi o pirati della strada), ma in questo caso non ci facciamo troppi problemi perché il beneficio (non morire di fame) è maggiore del rischio (essere investiti). Per i vaccini vale lo stesso discorso.

Gli effetti collaterali dei vaccini vengono suddivisi in due categorie: lievi e gravi. Quelli lievi sono febbricola, mal di testa, mal di pancia e via discorrendo, causano un breve malessere e non sono pericolosi per la salute. In questa sede mi concentrerò quindi solo su quelli gravi, che sono poi quelli che ci interessano, perché rispondono alla domanda: con quale frequenza un vaccino fa più male della sua malattia?

Questa pagina mostra un confronto fra i rischi di una malattia (quelli che ho descritto prima) e i rischi collegati alla vaccinazione contro quella malattia. Prendiamo l'esempio della difterite, visto che ne abbiamo già parlato prima: questa malattia causa la morte in circa un infetto su 20, mentre il suo vaccino provoca un effetto collaterale grave (in questo caso le convulsioni) in circa un vaccinato su 1750. Una bella differenza, giusto?
Stesso discorso per il morbillo: mentre la malattia causa l'encefalite in circa un caso su 2000, il vaccino la causa in un caso su un milione. Qui sotto vi riporto parte della tabella che ho preso dalla pagina linkata sopra.

Rischi delle malattie infettive e dei relativi vaccini, presi dal sito www.vaccinarsi.org. Visitate la loro pagina per controllare le fonti correlate.

Il rapporto è simile per tutte le malattie per cui è disponibile un vaccino: la frequenza delle reazioni avverse di quest'ultimo è sempre inferiore di moltissimo rispetto alle complicanze della malattia in questione.
Per tornare al discorso da cui siamo partiti, mi rendo conto che per una mamma anche un rischio di 1:1.000.000 che il suo bambino stia male è comunque troppo alto. Ed è normale, ripeto. Ma il rischio che il bambino muoia, o abbia comunque delle complicanze gravissime, a causa di quella malattia è sempre molto, molto, molto più alto. Rifacendoci alla metafora di prima, vaccinare un bambino potrebbe essere paragonato ad attraversare sulle strisce con il semaforo verde, mentre non vaccinarlo equivale ad attraversare l'autostrada bendati: entrambe le situazioni portano con sè un rischio di morte, ma se io dovessi scegliere, saprei benissimo cosa fare!

giovedì 13 marzo 2014

Le mie sigle preferite delle serie TV

Ieri sera stavo pensando ai paradossi delle serie tv. Nello specifico, stavo pensando che esistono serie bellissime che hanno sigle abominevoli, e, viceversa, serie oggettivamente inguardabili che raggiungono il loro climax proprio nella sigla. Fortunatamente, non tutti i telefilm si concentrano su questi due estremi, ma secondo me la sigla è una parte fondamentale di uno show televisivo, e cioè quella parte che ti rimane in testa e che continui a canticchiare per tutto il giorno, finché non riesci finalmente a guardare la puntata successiva.

Per questo motivo, ho pensato di elencare qui una top three delle mie sigle preferite. Ovviamente di tratta solo della mia esperienza personale, non è che conosco tutte le serie tv che siano mai state trasmesse; inoltre, il fatto che una serie venga inclusa in questa classifica NON significa che la serie mi sia piaciuta, ma solo che mi è piaciuta la sigla.

Ok, cominciamo dal basso.

#3: Alcatraz



La sigla di Alcatraz è perfetta per il suo contesto: cupa, misteriosa, con la voce narrante (di Sam Neill) un po' rauca che introduce il mistero dell'isola. Per chi non capisse l'inglese, ecco qui sotto il testo e la traduzione:

"On March 21, 1963 Alcatraz officially closed. All the prisoners were transfered off the island. Only that's not what happened. Not at all."
"Il 21 marzo 1963 Alcatraz chiuse ufficialmente. Tutti i prigionieri vennero trasferiti via dall'isola. Solo che non è questo ciò che è accaduto. Per nulla."

Alcatraz parla di una serie di esperimenti svolti nei primi anni Sessanta nell'omonimo carcere, che si incentrano sul condizionamento mentale di alcuni detenuti e su salti nel tempo apparentemente inspiegabili.
La serie è all'altezza delle aspettative mostrate nella sigla? No. Alcatraz è un perfetto esempio di cosa succede quando lasci J.J. Abrams senza controllo per qualche mese, e della sua straordinaria abilità di impappinarsi tutto da solo. Non a caso, la serie è stata pietosamente chiusa dopo la prima stagione.

Ciò nonostante, la sigla a parer mio è bellissima. La vista di Alcatraz dal mare e il rumore del cancello che si chiude fanno capire quanto inaccessibile e privato fosse quel luogo, e danno una sorta di spiegazione a tutte le atrocità che (nella serie tv) sono state perpetrate in quel luogo alla larga da occhi indiscreti. Peccato, un'ottima occasione persa.

#2: Black Sails



Black Sails è una serie del 2013 che parla di pirati. Basterebbe già questo ad ingioiarmi, io che sono cresciuta a pane e Salgari, ma la sigla secondo me rasenta la perfezione. Voglio dire, ci sono moltissimi modi per rappresentare una storia di pirati, ma sono tutti dinamici: scene di assalti in mare, sgozzamenti, sesso, tradimenti eccetera.
La sigla di Black Sails, invece, è statica. Le immagini mostrano una statua, tutto qui, la statua di una nave dove sono incise scene di guerra. E tuttavia, pur essendo scolpite nel marmo, le figure sono straordinariamente dinamiche (un esempio fra tutti, l'uomo che si vede cadere in mare in una delle ultime scene).

Inoltre, adoro il modo in cui la vita e la morte sono state rappresentate in due colori diversi, bianco e nero, gli unici colori presenti nella sigla. La stragrande maggioranza delle figure è incisa nel marmo bianco, ma tutte le rappresentazioni della morte sono invece in nero: lo scheletro, il sangue che sprizza dalla gola del marinaio, i tentacoli del kraken che si avvolgono intorno ai cannoni... forse è un film che mi sono fatta io, ma lo trovo spettacolare. Come se il regista tenesse a sottolineare che la morte è sempre in agguato, su una nave di pirati, anche se non si vede.

La serie è ancora alla prima stagione, e io ne ho guardato circa la metà, quindi non sono nella posizione più adatta per recensirla. Ma promette bene, questo ve lo posso dire. Se da bambini avete amato L'isola del tesoro, datele una possibilità.

#1: Game of Thrones



Game of Thrones (letteralmente "il gioco dei troni") è una serie fantasy che sta spopolando sia negli USA che qui in Italia. Nel nostro Paese, il titolo è stato come al solito tradotto a meenchia come "Il trono di spade", il che leva alla sigla almeno il 50% del suo appeal, ma ci arriveremo.
La serie parla delle avventure di un folto gruppo di personaggi che vivono nel continente immaginario di Westeros, e in parte anche in un altro continente adiacente situato più ad est, al di là del Mare Stretto. Il taglio è molto medievale, talvolta crudo, spesso volgare senza alcun motivo, ma la serie in sé è davvero bella e ben fatta.

Questa sigla ha talmente tanti aspetti positivi che non so neanche da dove cominciare. Cercherò di andare con ordine.
Innanzitutto, come dicevo prima, il titolo della serie in lingua originale parla del "gioco dei troni", ovvero di tutti gli intrighi e i tradimenti che i personaggi principali mettono in atto pur di sedersi sul famigerato iron throne (il trono di spade, appunto). Quindi, come rappresentare la sigla? Semplice: come un gioco. Un giocattolo a molla, in cui girando una rotellina si costruiscono palazzi, si fa sorgere e tramontare il sole e ci si sposta in un lampo da un posto all'altro, come bambini. E in cui, girando al contrario la stessa rotellina, è possibile con la stessa semplicità far cadere città e nazioni in un batter d'occhio. Il che è emblematico, considerando la velocità con cui muoiono i personaggi più amati dal pubblico. Geniale.

Poi, i luoghi. Quella che ho postato qui sopra è la sigla dell'episodio pilota della serie, e lo specifico perché ad ogni puntata la sigla cambia. A seconda di dove si svolge l'episodio, nella sigla di apertura vengono fatte vedere città diverse, alcune delle quali non erano mai apparse prima (come le Torri Gemelle, o Vaes Dothrak, o Qarth), e quindi già dall'inizio della puntata si capisce in che zona verrà narrata la storia e quali personaggi includerà.
Certo, questo punto non è sempre perfetto. Ci sono diverse zone che è difficile rappresentare su una mappa, per cui a volte l'indicazione data nella sigla non corrisponde a ciò che realmente si vedrà (per esempio, tutte le scene ambientate nelle terre dei ghiacci vengono sempre indicate genericamente sulla mappa come "la Barriera"). Tuttavia è un'idea davvero originale, che ti aiuta a calarti nella puntata molto meglio del generico e strausato "Previously on...".

Il sole è un'altra idea geniale, che mi è stata fatta notare da un amico. Avete presente come, nella sigla, si vedano degli anelli metallici istoriati ruotare attorno al sole? Se avete letto i libri da cui la serie è presa (Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, di George R.R. Martin), quelle incisioni sono tutt'altro che prive di significato. Rappresentano infatti tutto ciò che è avvenuto sul continente occidentale prima delle vicende narrate dalla serie tv: un drago che brucia una città, gli altri animali che si ribellano contro il drago a tre teste, e infine il cervo incoronato che trionfa su tutti. Non vi dico altro per non fare degli spoiler giganteschi, ma è un piccolo contentino ai nerd della serie cartacea che dà davvero un tocco di stile.

E infine, last but not least, i nomi degli attori. Se guardate con attenzione, vedrete che accanto al nome di ogni membro del cast c'è un simbolino che rappresenta qualcosa (solitamente un animale): per esempio, nel video che vi ho postato, accanto al primo nome che appare, quello di Sean Bean, c'è una piccola testa di lupo. Questo perché, nella serie tv, Sean Bean impersona Eddard Stark, un lord che è a capo di una grande casata del nord il cui simbolo, guarda caso, è proprio una testa di lupo (di meta-lupo, per la precisione). Ed è così per tutti i personaggi: Peter Dinklage è accompagnato da un leone, Emilia Clarke da un drago, e così via. Solo un tocco di stile, nient'altro, ma che stile.

Insomma, spero di avervi convinto. Questo è uno di quei casi in cui non solo la sigla è bella, ma la serie lo è ancor di più. Guardatela, non ve ne pentirete!

giovedì 6 marzo 2014

La Grande Rottura

Restando in tema di cinema, potevo forse evitare di infliggervi la mia opinione su La Grande Bellezza?
Potevo, sì. Il problema è che da due giorni sulla mia bacheca di Facebook non si parla d'altro, e la cosa mi secca, mi sfinisce e mi turba.

Mi secca perché io il film non l'ho visto, né ho intenzione di vederlo. Senza offesa al genio di Sorrentino e alla bravura di Servillo, ma da quel poco che ho sentito mi è parso di intuire che sia un film che vuole inculcarti un messaggio a tutti i costi, e a me questo non piace. Voglio essere stupida come dico io, non come dice qualchedun altro, grazie. Ma resta comunque seccante vedere tutti che parlano sempre del solito argomento, specie quando non puoi interloquire in nessun modo; motivo per cui, immagino, sto scrivendo questo post.

Mi sfinisce perché, fondamentalmente, non me ne frega niente di conoscere la vostra opinione sul film. Ad alcuni piace, ad altri no, esattamente come ogni film da quando il cinema è stato inventato (sono sicura che diverse persone avranno trovato idiota e banale la famosa scena del treno che ti viene addosso, anche se a noi è giunta solo l'altra campana).
E invece la discussione, come al solito, si è trasformata in una rissa da Bar Sport. Gente a cui il film non è piaciuto che insulta e bolla come "intellettualoide" la fazione opposta; fan della pellicola che insultano tutti a priori, dando dei pecoroni a chiunque non l'abbia apprezzata a sufficienza; gente che non ha trovato nessuno disposto a dargli contro, ma che si sente comunque insultata dal fatto che esista qualcuno (ed esisterà per forza, per la legge dei grandi numeri) che non la pensa come loro.

Mi turba perché pare che sia impossibile, ormai, discutere di qualunque cosa senza venire rinchiusi nelle peggiori categorie. Sul serio, in questi due giorni ho sentito tutte le opinioni possibili e immaginabili su questo benedettissimo film, e non ce n'è una che non mi abbia turbato profondamente. In ordine sparso:
  • gente che ha definito l'italiano medio "snob ed esterofilo", salvo poi lamentarsi del fatto che guardiamo solo film dei Vanzina e che per "La vita è bella" non avevamo sollevato tutto 'sto polverone (serve che evidenzi il paradosso o lo vedete da soli?)
  • gente che non ha litigato con nessuno sull'argomento, almeno non pubblicamente su Facebook, ma che si sente comunque in dovere di scrivere status al vetriolo verso chi non la pensa alla sua stessa maniera
  • varianti sul tema della gente di cui sopra, che dopo aver sputato veleno su tutti i detrattori del film, presumibilmente per recuperare la faccia, aggiunge in risposta ai commenti "Beh, ma se non ti è piaciuto per me non c'è problema..."
  • critici cinematografici improvvisati, che non hanno mai visto nulla di più impegnativo di Saw ma si sentono comunque in dovere di evidenziare tutti i motivi per cui il film non gli è piaciuto (che di solito si riassumono in: mi sono addormentato dopo 10 minuti)
  • il solito grillino, che vede gombloddi ovunque e che è intimamente convinto che il film in realtà sia solo una marchetta politica (non mi credete? Leggete qui).
Gente, ve la posso dire una cosa? Aveterottoilcà. Aver apprezzato La Grande Bellezza non vi ha resi più intelligenti delle pecore che eravate, e disprezzarlo non mi fa dimenticare che sulla libreria in salotto avete solo copie di Topolino. Non riuscite a capire che l'imbecillità è distribuita equalmente tra le due fazioni? Il mondo è pieno di gente che non ha apprezzato il film perché si è addormentata dopo i primi dieci minuti, e di gente che non ha capito lo stesso una mazza ma si dichiara a favore per darsi un tono. Qualunque fazione voi abbracciate, non cambia il vostro status di partenza: se eravate dei mentecatti prima lo resterete anche dopo aver lodato o disprezzato il film, e se eravate intelligenti lo sarete a prescindere dalle vostre opinioni a riguardo. L'unico risultato che avrete ottenuto sarà quello di esservi uniti alla pecoronaggine dilagante sull'argomento. E questo in effetti gioca un po' a sfavore della vostra intelligenza. Nonché della mia capacità di sopportazione.

giovedì 27 febbraio 2014

Non ci sono più i nerd di una volta...

Come avrete forse intuito, sono una persona moderatamente nerd.
Ho usato il termine "moderatamente" perché in realtà sono molto selettiva nei miei gusti: non amo gli albi a fumetti, provo solo un vago interesse per le storie di supereroi e, nell'eterna diatriba Star Trek vs. Star Wars, pendo inesorabilmente verso Star Wars. Amo molto anche il fantasy in generale, da Tolkien fino alle sue derivazioni più sordide, i giochi di ruolo e mi trovo estremamente a mio agio a parlare di scienza e di letteratura da quattro soldi davanti a un caffè al bar, mentre in discoteca sono a mio agio come una lumaca su una spiaggia infestata da ricci.
Questo per dare il quadro generale.

Potrete quindi capire come, negli ultimi tempi, la progressiva decadenza di Hollywood mi abbia sferrato un duro colpo. Il fattore che mi ha allontanato definitivamente dalle sale cinematografiche (oltre all'endemica mancanza di pecunia) è l'originalità: a furia di vedere solo remake, reboot, prequel e sequel, tutte le volte che entro al cinema mi pare di vedere sempre lo stesso film. Cosa che, alla fin fine, è anche vera.

Ma non è di questo che voglio parlare oggi. Perché quello che mi ha davvero turbato, dopo che mi sono fatta una ragione di rinunciare al cinema finché avrò ancora qualche neurone funzionante, è stato osservare come i miei amici nerd non abbiano fatto questo ragionamento. Così, all'interno della mia compagnia, senza che nemmeno me ne accorgessi, sono passata dallo status di "semi-nerd moderatamente disinteressata al genere" a quello di "mostruosa talebana che non accetta variazioni sul tema neanche sotto tortura".
Sì, anch'io mi chiedo come possa essere accaduto.

L'unica spiegazione che sono riuscita a darmi, fatto salvo di non essere impazzita senza preavviso, è che i miei amici siano diventati estremamente di bocca buona nei confronti di tutto ciò che Hollywood gli propina. Non so perché io possa essere sfuggita a questa catastrofe, ma lasciatemi fare una breve cronostoria della faccenda e vediamo se arriviamo alla stessa conclusione.

C'è chi punterebbe il dito su 300, chi risalirebbe fino alla seconda trilogia di Star Wars, ma io ritengo che la spaccatura definitiva tra me e i miei compari sia cominciata con Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato.
Avevo cominciato ad avere dei dubbi quando avevo appreso che, da un libriccino di 200 pagine scarse, Peter Jackson aveva intenzione di cavar fuori tre film di due ore l'uno. Voglio dire, due film ci possono anche stare, ma tre non sono geometricamente possibili. Era ovvio che ci infilasse della fuffa qua e là, giusto per coprire i (molti) minuti mancanti.

Una panoramica dei tre film rapportati alle pagine del libro: rispettivamente, 99 pagine, 105 pagine e 62 pagine. (via 9gag)

L'unica soluzione possibile, per il caro PJ, era di trasformare una favola per bambini (perché questo è Lo Hobbit, una favola-per-bambini) in un drammone epico come Il Signore degli Anelli. Il che gli avrebbe permesso di ottenere due vantaggi: guadagnare come una banca per gli introiti di tre film, invece che uno o due; e fornire al pubblico ignorante (sì, salgo in cattedra per un momento, perdonatemi) l'immagine di un epicissimo prequel alle vicende del Signore degli Anelli, tanto amato da grandi e piccini.
Ora, io ho adorato i film della Trilogia dell'Anello, ma con Lo Hobbit non c'entra una beneamata fava. Tanto per cominciare, quest'ultimo libro è stato pubblicato nel 1937, mentre Il Signore degli Anelli ha visto la luce nel 1955: ergo, non è possibile definire Lo Hobbit un "prequel", perché quando è stato scritto non esisteva ancora l'opera di cui esso doveva essere prequel. Tolkien ha scritto un libretto per bambini che gli è piaciuto, e dal quale anni dopo ha preso alcuni elementi (i personaggi di Bilbo e Gandalf, Gollum e il suo anello) per creare la sua saga epica.
Quindi, il caro PJ ha cercato di ottenere la botte piena e la moglie ubriaca, creando un paciugo abissale per ottenere l'affetto sia dei vecchi fan del libro sia dei nuovi fan della saga cinematografica.

Il problema, tornando per un attimo al discorso di prima, è che questo effetto apparentemente è stato percepito da me e da pochi altri, ma non dai miei amici. Quando ho fatto notare tutto ciò, infatti, mi sono sentita più volte rispondere che "Eh, ma non devi vederlo come una trasposizione del libro".
E come dovrei vederlo, di grazia? Si chiama Lo Hobbit, c'è Bilbo, c'è Gandalf, c'è Gollum, ma non è una trasposizione del libro? E allora perché l'hanno chiamato così?
"Però gli effetti speciali sono una figata!" Ma scusa, se ti dico che ti porto al cinema a vedere Il Conte di Montecristo e poi ti proietto Spiderman, vogliamo soffermarci sulla bellezza degli effetti speciali? Come giustamente ha detto la mia dolce metà, "se lo avessero chiamato 'I quattordici piccoletti e il drago' non avrei avuto nulla da ridire, ma così no."

E qui arriviamo a La desolazione di Smaug. Non farò una recensione del film, non preoccupatevi, prima di tutto perché ne hanno già fatte tantissime e in secondo luogo perché non sono andata a vederlo al cinema. Il primo mi era bastato.
Ci sono innumerevoli ragioni che mi hanno spinto a non andare a vedere questo film, prima fra tutte... beh, Sauron. Sauron nello Hobbit c'entra come Moriarty alla corte di Re Artù. E Legolas. E la gnocca che lo accompagna, messa lì apposta per attirare i maschietti in sala. E il drago che non è un drago, ma una viverna (nonostante sulla mappa che viene mostrata all'inizio del film sia chiaramente disegnato con quattro zampe e due ali).

A sinistra un drago, a destra una viverna. Trova le dieci differenze!

Però, un risvolto positivo questo film l'ha avuto: quello di spargere il dubbio in testa a buona parte dei miei amici, finalmente.
Quando ho letto le prime recensioni del film, ho cominciato a gongolare. Ma mi sono trattenuta. Ho voluto che la vergogna fosse totale, che la gente fosse costretta ad ammettere spontaneamente che avevo ragione io fin dall'inizio. E non sono stata delusa.
Non tutti hanno seguito questa linea di condotta, ovviamente, ma gran parte dei miei amici è uscita dal cinema completamente disgustata. Mi hanno raccontato di frecciatine amorose tra nani ed elfi, di orgasmi luminosi e chi più ne ha più ne metta, ma il succo è che finalmente Peter Jackson ha avuto ciò che si meritava. Non tollero di essere presa in giro in questa maniera: tutte le volte che entro al cinema, ormai, mi sembra sempre di sentire il ghigno del regista, nascosto fra le ombre della sala, mentre conta i soldi del botteghino e se la ride alle mie spalle. Mi auguro che questo possa servirgli da lezione.

Non posso lasciarvi con una migliore conclusione che questa: qui sotto, uno screenshot di un mio amico all'uscita dal cinema dopo la proiezione de La desolazione di Smaug. Direi che non serve altro.


giovedì 13 febbraio 2014

Trenitalia: stiamo lavorando per noi

Ieri sono andata alla stazione di Concreteville. Dovevo prendere il biglietto per l'Intercity di venerdì mattina, verso Genova. Considerato che ieri era mercoledì, ho giudicato che due giorni di anticipo fossero sufficienti per prenotare un posto sul treno delle nove, visto che a quell'ora i pendolari (giudicavo) avrebbero dovuto già essere defluiti da un po'.
Brava, grulla.

Come forse saprete, nel ponente ligure c'è stata di recente una frana che ha sepolto l'unico binario della ferrovia, assieme a un treno che disgraziatamente si trovava a passare da quelle parti. In attesa che la linea venga liberata (si parla di 55 giorni - sì, crediamoci), le Ferrovie dello Stato hanno instaurato un servizio di bus sostitutivi per tutti coloro che vivono a ovest di Albenga e hanno la brutta abitudine di voler svalicare la frana.
Il problema, me ne sono resa conto nelle ultime settimane, è che a capo delle FS dev'esserci qualcuno che è stato bocciato più e più volte in matematica.

Facciamo assieme un rapido calcolo.
Gli Intercity che si muovono sul tratto Genova-Ventimiglia hanno, in media, 7 carrozze. Ogni carrozza contiene circa un centinaio di posti, quindi fanno 700 posti, secondo una stima prudente.
Le stazioni in cui c'è più carico e scarico di persone, in questa tratta, sono Genova, Savona e Sanremo (un pochino anche Albenga e Imperia, ma molto meno). Il che vuol dire che possiamo grossolanamente suddividere in tre tronconi i 700 potenziali passeggeri di cui sopra, facendo una media di 700/3=233 passeggeri a stazione. Siccome è raro che il treno viaggi a pieno carico, dividiamo a metà questo numero e facciamo che in ogni stazione si imbarchino circa 100 passeggeri. Mi sembra una stima abbastanza prudente.

Qual è l'inghippo in questa situazione? Il problema è che gli autobus sostitutivi, che portano tutta la gente di Ventimiglia, Bordighera, Sanremo, Imperia ecc... fino ad Albenga (e viceversa), contengono un numero fisso di posti, oltre il quale non si può più salire. E sapete qual è questo numero?
Cinquanta.

Capito la sinfonia? Cinquanta posti, disponibili solo su prenotazione, per i quali la gente è letteralmente disposta a fare qualsiasi cosa: il che si traduce, come già ho avuto modo di vedere, in risse e litigi senza fine, in alcuni dei quali si viene anche alle mani. C'è qualcuno che si stupisce? Io no.
Oppure, più prosaicamente, la gente che può farlo prenota il treno con giorni e giorni di anticipo, e chi non ci riesce resta a piedi. Come me, che domani mattina sarò costretta ad alzarmi alle cinque e mezza per riuscire ad arrivare a un appuntamento a Genova a mezzogiorno. Sei ore e mezza di anticipo.

Ora, c'è una domanda che mi frulla in testa. Da anni qui in Italia si batte sul chiodo della flessibilità, sulla capacità di arrangiarsi e di essere pronti a cambiare programma all'ultimo minuto pur di scalare la società del lavoro. Ne è un esempio il fatto che io ho saputo solo ieri di avere questo appuntamento di lavoro per domani. Come si concilia questo inno alla flessibilità del lavoratore con l'immobilismo (è proprio il caso di dirlo) dei trasporti pubblici? Come posso pianificare i miei impegni di lavoro giorno per giorno con la consapevolezza che se non prenoto il treno con una settimana di anticipo resto a piedi?

Si dibatte da anni sul fancazzismo dei lavoratori pubblici, giungendo di volta in volta a una soluzione più idiota dell'altra. L'ultima che ho sentito era la proposta di licenziare in tronco i dipendenti ritenuti inutili o fannulloni: sulla carta sembra una proposta meravigliosa, ma basta un cucchiaino di cervello per rendersi conto che invece è demenziale. L'impiegata del comune che si lima le unghie mentre voi fremete per rifare la carta d'identità, infatti, non verrà mai colpita da questa scure, per due ottime ragioni: o perché è entrata in comune su "consiglio" di qualche amministratore locale interessato, che quindi non permetterà che venga licenziata, oppure perché durante la sua lunga permanenza ha avuto tutto il tempo di farsi tutti gli amici che voleva, e siamo di nuovo nel caso di prima. Gli unici che se la prenderanno in quel posto saranno gli ultimi assunti, ragazzi magari meritevoli che però sono entrati nella pubblica amministrazione con le loro sole forze e non hanno nessun protettore che possa salvarli.

Questo è il motivo per cui continuiamo ad avere code interminabili agli sportelli, e continueremo per sempre. Le scene a cui ho assistito di persona sono talvolta demenziali: alla stazione di Concreteville, per esempio, c'è un cartello dall'aria ufficiale, con sopra impresso il logo delle Ferrovie dello Stato, che avvisa che ogni tanto la biglietteria chiude per un quarto d'ora, senza alcun motivo apparente. Non sarebbe un gran problema, se non fosse che in quella stazione c'è una sola biglietteria. Immagino che i capitreno lo sappiano e fermino tutti i treni in quel quarto d'ora, consentendo così alla gente di fare il biglietto e di non incorrere nelle sanzioni previste non appena il bigliettaio ritorna. Ma ceeeerto...

La mia sola consolazione è che al mondo c'è di peggio. C'è sempre di peggio. Come dimostra questa foto, presa dal blog Romafaschifo e segnalatami gentilmente da La Ragazzina dai Capelli Rossi:


mercoledì 12 febbraio 2014

The Walking Dead e Revolution: serie post-apocalittiche a confronto

Come avrete intuito, sono una grande appassionata di serie tv americane. Non sono, invece, una grande fan dell'horror e dello splatter, e ancora meno della fantascienza, quindi il mondo delle serie post-apocalittiche è sempre rimasto un po' fuori dalla mia portata.
Qualche anno fa, però, mi sono imbattuta in una serie che ha risvegliato il mio interesse, e così ho cominciato a guardare The Walking Dead. Avrei voluto condividerla con la mia dolce metà, se non fosse che lui ha una vera e propria avversione per gli zombie. Così, recentemente ci siamo accordati su una serie post-apocalittica che incontrasse il favore di entrambi e ci siamo imbarcati nella visione di Revolution.

Queste due serie televisive hanno davvero poco in comune, se non l'assunto di base: in un certo periodo della storia, è successo qualcosa che ha cambiato il corso del futuro ed ha fatto regredire l'umanità (quella sopravvissuta, almeno) ai livelli del Medioevo. Questo mi ha portato a fare gli inevitabili paragoni tra le due serie, nonostante la diversità della trama.
Ecco quindi la mia recensione ed il mio confronto. Nessuno spoiler, tranquilli.

The Walking Dead



N.B.: questa serie è presa da un fumetto, che però io non ho letto. Di conseguenza, in questa sede si parlerà solo della serie tv.

Partiamo subito da una premessa: se non vi piace lo splatter, lasciate perdere questa serie. The Walking Dead è infatti un tripudio di budella che volano, corpi mezzi divorati dai vermi e... beh, insomma, zombie. Che però, curiosamente, nella serie non vengono mai nominati come tali, ma vengono chiamati di volta in volta con una serie di soprannomi (walkers, biters, ecc.).

La serie è ormai arrivata alla sua quarta stagione, in America, con picchi di eccellenza sia verso l'alto che verso il basso. Cominciamo dai lati positivi.
The Walking Dead è una serie che dovrebbe vincere l'Oscar per il trucco e per le scene d'azione. Vi sarete forse chiesti come mai io, che ho detto in apertura di non amare lo splatter, sia una fan di questa serie, e la ragione è che trovo che abbia un effetto meravigliosamente liberante. Un po' come quando, da ragazzina, avevo una brutta giornata a scuola o con i genitori: mi bastava accendere la Playstation, mettere su GTA, andare al porto (non ho mai capito perché al porto si poteva fare qualunque nefandezza senza che la polizia ti prendesse, ma così era) e massacrare un po' di gente con la mazza da baseball, ed ecco che mi sentivo subito meglio.

The Walking Dead funziona sullo stesso principio. Non prende per il colon lo spettatore, come quei film o quelle serie in cui la gente muore educatamente, senza sforzo, con giusto quel piccolo getto di sangue per rendere un po' più realistica la scena. Le scene in cui si vedono gli zombie sono terribilmente realistiche, hanno il potere di farti capire che non importa quanto tu creda di essere coraggioso o forte: se ti trovassi davanti anche ad uno solo di quegli esseri, probabilmente te la faresti sotto dalla paura. E verresti mangiato.

Ciao, sono uno zombie, vuoi giocare con me?

La trama è semplice ai limiti della banalità: un'apocalisse zombie di dubbia provenienza colpisce l'umanità, e i sopravvissuti scorrazzano all'impazzata per tutti gli Stati Uniti nel (vano) tentativo di portare a casa la pelliccia. Ok, la trama non è il pezzo forte della serie, ma nella maggior parte dei casi questo inconveniente viene superato dall'alternanza serrata di scene di combattimento e di sopravvivenza spicciola, che comunque tirano avanti la serie. In alcuni casi, invece, no: ne è un esempio la lunghisssssima parte dell'Uomo del Monte, che ha dominato tutta la prima metà della quarta stagione.

Il vero punto debole della serie, comunque, sta nelle reazioni umane. The Walking Dead ha il più alto tasso di morte tra personaggi intelligenti che io abbia mai visto in un telefilm: uno può essere un personaggio imbecille per la maggior parte del suo tempo e vivere una vita felicissima, poi all'improvviso prende l'unica decisione sensata dalla sua apparizione e PAM! Morto e mangiato. Non c'è da stupirsi che la maggior parte del cast permanente sia costituita da personaggi idioti, con queste premesse.
I protagonisti seguono tutti, ma proprio tutti i cliché imbecilli da vecchi film horror. Camminano in mezzo a torme di zombie saltellando felici come Heidi, perché tanto sicuramente sono già morti (sgnac-AHIO!). Seguono alla lettera il vecchio adagio per cui "in una situazione di pericolo, la cosa migliore da fare è dividersi". Perdono continuamente di vista i loro pargoli, invece di incatenarseli al polso, salvo poi disperarsi perché non riescono più a trovarli.
Alcuni buchi di sceneggiatura, inoltre, sono giganteschi. Nella quarta stagione, i nostri sono asserragliati per qualche tempo dietro una recinzione, contro la quale premono gli zombie cercando di afferrarli, e sono preoccupati che essi possano infine abbattere la rete: questa situazione va avanti per diverse puntate, salvo poi, quando gli zombie riescono alla fine a superare la recinzione, prendere un mitragliatore e farli fuori tutti in trenta secondi. Tutti. E a sparare sono soltanto in due.
Per finire il quadro, mi piace ricordare come un personaggio avesse, fino a qualche stagione fa, l'abitudine di spostarsi per gli Stati Uniti a bordo di una jeep scoperta dell'esercito. Un attrezzo fondamentale, in un mondo dove gli zombie sono soliti sbucare fuori dal nulla ed afferrarti quando meno te l'aspetti. Un suo compagno di viaggio, per non sfigurare in badassitudine, ha preso a girare con una moto custom, aggiungendo così il brivido di non poter imbracciare un'arma perché ha tutte e due le mani occupate sul manubrio. Gegnale.

Guarda mamma, senza mani!
In definitiva, The Walking Dead è una serie guardabile. Poteva essere una serie imperdibile, se i personaggi si fossero comportati con un minimo di logica. Niente al confronto della sua controparte che mi accingo a recensire, comunque.

Revolution



Se The Walking Dead lasciava un po' perplessi sulla dinamica delle reazioni umane, Revolution vince la palma d'oro. C'è ben poco di salvabile in questa serie, a parte i broncetti della protagonista, straordinariamente somigliante a Scarlett Johansson, e poco altro. Ma andiamo con ordine.

La trama qui è potenzialmente interessante: per ragioni ignote, c'è stato un blackout a livello globale che ha spazzato via permanentemente qualsiasi forma di elettricità dal mondo. Nel caos che è seguito, alcune bande armate (le milizie) si sono appropriate di tutte le armi da fuoco e si sono spezzettate gli Stati Uniti in staterelli bellicosi e governati col pugno di ferro da piccole dittature militari. La serie comincia quindici anni dopo il blackout, quando i protagonisti si accorgono all'improvviso che il regista gli fa segno di cominciare a recitare e inizia l'azione.
No, scusate, è che non c'è altra spiegazione per il modo in cui comincia la storia. Questi qui sono campati per 15 anni senza corrente facendosi gli affaracci loro, le loro scaramucce e le loro guerre intestine; poi, dal nulla, dopo quindici anni di vuoto pneumatico, a uno viene in mente "Ehi, ma ci sarà mica un modo per far tornare la corrente?" e parte la baraonda. Scusa, ci hai messo quindici anni per farti venire questa idea brillante? E com'è possibile che un geniaccio come te sia rimasto al comando della milizia così a lungo? Mistero. Se qualcuno di voi ha una spiegazione per questo inizio, me lo faccia sapere (no, non valgono commenti del tipo "Eh, ma in qualche modo la serie doveva pur iniziare").

Revolution è una serie gravata da un tasso di mortalità per intelligenza molto minore di The Walking Dead, ma la statistica è falsata dal fatto che i personaggi intelligenti sono in numero nettamente inferiore in questa serie. E già così vi ho dato un'idea.
I protagonisti sembrano farsi un punto d'onore di compiere tutte le scelte peggiori che si possano immaginare, e di guardare con malcelato disprezzo chi invece cerca di inculcare loro un po' di buonsenso.
"Ehi, guarda, siamo finalmente arrivati davanti al magico bottone che ripristinerà l'elettricità nel mondo! Presto, premiamolo, i soldati cattivi ci stanno per raggiungere!"
"Aspetta, Nora si è scheggiata un'unghia"
"Ma... ma chissenefrega, lasciamola crepare, siamo a un passo dalla vittoria!"
"Che razza di persona sei?! Ho detto che dobbiamo aspettare che Nora abbia finito la manicure, e ASPETTEREMO CHE NORA ABBIA FINITO LA MANICURE!"

L'attrice protagonista, che per comodità chiameremo Scarlett Johansson visto che è la sua sosia sputata, è una gioia per gli occhi ma una tragedia per le orecchie. Qualsiasi decisione che prenda è stupida. Qualsiasi. Per arrivare vincenti alla meta, basterebbe adottare la strategia di fare sempre il contrario di quello che lei dice. Si risparmierebbe metà del tempo e si arriverebbe dritti alla meta, invece di girovagare come ubriachi per tutti gli Stati Uniti.
Essendo una donna, inoltre, non posso esimermi dal fare un'altra critica. I maschietti possono anche passare al paragrafo successivo. Per tutta la serie, infatti, il regista e lo sceneggiatore si sperticano per farci passare il protagonista (Billy Burke) come un gran figo. La risposta è: NO. Potrà essere ben addestrato, capace e intelligente, ma la verità è che non c'è una sola ragione logica in questo mondo per cui tutte le donne dovrebbero cadere ai piedi di questo coso qui


quando hanno a disposizione anche questo


Il resto è la summa della depressione. Classici cliché da quest come se piovesse ("Non voglio venire con voi... ah no, aspetta, mi hanno ammazzato il cugino. Ok, allora vengo"), occhioni da cucciolo che tirano più di un carro di buoi, agguati così palesi che persino un cieco con una gamba rotta sarebbe capace di tirarsene fuori.
E allora, mi chiederete, perché continuo a guardarla? Diciamo che c'è stata una certa pressione dall'altra parte del divano, perciò ho ceduto. E poi sono solo due stagioni, per ora, e non perdo la speranza che possa essere chiusa improvvisamente per manifesta stupidità.

In definitiva, se non avete mai avuto esperienza di un telefilm post-apocalittico, potete pure guardarla. Per un pochino, però. Poi spegnete il televisore e andate a vedere qualcosa di serio.

martedì 11 febbraio 2014

Marius, il fascismo e la biodiversità

Io non sono un'animalista, però amo moltissimo gli animali.
Dite che è un controsenso? Anch'io lo pensavo, fino a qualche anno fa, prima di scoprire che l'animalista moderno dà una definizione di se stesso, spesso implicita, che si riassume con: io amo gli animali più degli uomini.
Per quanto la stragrande maggioranza del genere umano mi stia sulle bolle, anche una campionessa di misantropia come me non può uniformarsi a questa definizione. Io amo gli animali, ma faccio inevitabilmente delle gerarchie: adoro i cani, tollero i gatti, ma se vedo un ragno peloso sulla parete lo spiaccico senza esitazione. (O, più probabilmente, mi chiudo nella stanza accanto e comincio a strillare finché qualcuno non interviene a compiere il barbaro ragnicidio al posto mio.)

Allo stesso modo, forse viziata dalla mia formazione di medico, faccio anche una gerarchia tra gli animali e gli umani. Per come la vedo io, la vita di un animale vale sempre meno di quella di un uomo, anche se l'uomo in questione è brutto, vecchio, antipatico e va in televisione a promettere un milione di posti di lavoro. Il che non vuol dire che sacrificherei il mio cane per salvargli la pelle, intendiamoci bene, non sono mica Madre Teresa; ma trovo giusto che, a livello istituzionale, lo Stato preveda delle leggi che potrebbero costringermi, un domani, a sacrificare il mio cane per salvargli la pelle.
C'è una bella differenza. Noi siamo esseri umani, e in quanto tali siamo imperfetti e soggetti a ragionare sull'onda dell'emotività. Per questo le istituzioni devono intervenire a correggere i miei eccessi di impulsività, per esempio proibendomi di farmi giustizia da sola se qualcuno mi fa un torto o regolamentando pratiche davanti alle quali la maggior parte dell'opinione pubblica inorridisce.

Avete già capito dove voglio andare a parare?
E qui si arriva alla famosa giraffa Marius. In questi giorni sulla mia bacheca di Facebook non si parla d'altro, neanche l'abolizione improvvisa di tutte le tasse avrebbe una copertura mediatica paragonabile. Perfino gente notoriamente insospettabile tra i miei amici ha tirato fuori il fascista dentro di sé e l'ha messo al comando della bocca, invocando punizioni bibliche e piangendo lacrime amare per la sorte di questa povera giraffa.
A me le giraffe piacciono. Sono buffe, si muovono in maniera strana e hanno la lingua blu, cosa che ignoravo finché non sono stata in uno zoo safari e una di queste bestie mi ha srotolato questa specie di verme violaceo sulla mano. Ciò non toglie che, quando si arriva alla prova dei fatti, l'azione di accendere il cervello risulti estremamente complicata per la gente della mia specie.

Sul National Geographic ho trovato un articolo che spiega, in sintesi, quali sono state le ragioni che hanno portato alla scelta di abbattere Marius. Ve le riassumo qui in due parole:
  • lo zoo di Copenhagen si occupa di conservazione della biodiversità, ossia cerca, in associazione con altre strutture simili sparse per l'Europa, di far riprodurre specie animali che potrebbero estinguersi entro breve. In tal caso, sarebbe necessario avere esemplari imparentati il più possibile alla lontana, perché tutti sappiamo che gli incroci tra consanguinei portano ad un indebolimento della specie; il che significa, in soldoni, che se noi un giorno dovessimo reintrodurre la giraffa nella savana ed avessimo solo esemplari strettamente imparentati negli zoo e nelle riserve, il tentativo andrebbe a vuoto e la giraffa scomparirebbe dalla faccia della Terra.
  • Marius era una giraffa relativamente in salute, che però non avrebbe potuto riprodursi con nessuna delle altre giraffe degli zoo aderenti a questo progetto perché ognuna di queste strutture aveva già un suo parente stretto. Ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, i discendenti di Marius si sarebbero incrociati con i discendenti di qualcuno di questi suoi parenti, vanificando così anni ed anni di incroci genetici attentamente programmati. (Nella peggiore, Marius si sarebbe invece direttamente accoppiato con un parente, generando quindi una progenie di giraffe dal corredo genetico fallato.)
  • Le altre strade che sono state ipotizzate, come la sterilizzazione, la cessione a un altro zoo o la liberazione in Africa, non erano percorribili per diverse ragioni. Non le riporto qui perché farei solo un copia e incolla dall'articolo che vi ho linkato, e che vi consiglio di leggere.
Quindi, che si fa? Questo è il punto su cui i miei amici di Facebook si sono sbizzarriti.
Un'opzione molto gettonata è stata quella di abolire gli zoo. C'è chi si è spinto a suggerire di "farsi un viaggio in Africa se si vogliono vedere gli animali, come ho fatto io!" dimenticando forse che non tutti possono permettersi un mese di safari in Kenya, mentre il biglietto di uno zoo è relativamente a buon prezzo. Ma il problema non è solo economico o legato alla curiosità: come ho detto sopra, queste strutture sono fondamentali per mantenere una riserva genetica delle specie a rischio di estinzione, nel caso in cui, un domani, fossimo costretti a reintrodurre artificialmente la giraffa nella savana.

Tutte le altre opzioni di cui sopra (regalarla, liberarla ecc...) sono già state analizzate dal National Geographic, ma se volete avere un'idea di cosa pensa la pancia della gente vi consiglio di leggere questo articolo del Fatto Quotidiano. Il che ci porta ad un altro interessante punto di dibattito: come può un genitore responsabile portare il suo bambino a vedere l'autopsia di una giraffa?

Non voglio fare la solita italiota che denigra il suo Paese, ma, ecco, io alle elementari avevo appese in classe delle cartine che segnavano ancora l'Unione Sovietica. E il muro di Berlino era crollato da un bel po'. I miei amici ancora oggi mi prendono in giro perché non so trovare la Croazia sull'atlante, ma è perché sul mio atlante non c'era. Così come c'erano invece la Cecoslovacchia e molti altri Paesi da lungo tempo estinti.
Quindi, se alle elementari mi avessero portato in gita a vedere l'autopsia di una giraffa, ci sarei andata di corsa. E se oggi avessi un figlio e vivessi a Copenhagen, ci avrei portato anche lui. Perché mi farebbe piacere che sapesse che gli animali non nascono sul banco del macellaio, ma che ogni parte della bistecca che sta mangiando ha una funzione ben precisa nel suo corpo d'origine.
Insomma, è un'occasione didattica importantissima, se pensate per esempio che la giraffa ha le vertebre cervicali più grandi di tutti i mammiferi terrestri. Al Museo di Storia Naturale di Genova, ricordo, era appeso al soffitto uno scheletro di capodoglio sotto il quale io ho passato ore di meraviglia, e non ho mai sentito nessuno lamentarsene perché era "una barbarie"; non capisco perché qualche pezzo di carne attaccata avrebbe dovuto fare la differenza.

Se guardate le immagini dei bambini accorsi all'autopsia (qui ne trovate un po'), noterete inoltre che nessuno sembra particolarmente scandalizzato. Non ridono e non giocano, certo, ma non vedo neanche nessun bambino con la faccia sepolta nel cappotto del genitore, o che chiede di essere preso in braccio.
Sarà che i bambini non sono bigotti come noi? O che sono dei piccoli mostri? Non lo so, quel che è certo è che, in qualche modo, la loro curiosità deve averli preservati dal trauma che la giornalista del Fatto Quotidiano, per dirne una, si aspettava. E se abbiamo meno buon senso di un bambino di sei anni, allora sì che c'è da preoccuparsi.